Cicerone
Uomo politico, oratore ed autore romano. In latino Marcus Tullius Cicero. (Arpino 106 a.C. - Formia 43 a.C. )
Nato in una famiglia equestre onorata ma oscura, Marcus Tullius Cicero riceve a Roma un'istruzione molto accurata, presso pedagoghi latini e greci. Studia filosofia con Filone (neoplatonico), con Fedro (epicureo), e più tardi con Diodoto, stoico.
Dopo avere combattuto durante la "guerra sociale" (91 a.C.) si fa notare in aula di giustizia per la sua difesa brillante di Sextus Roscius contro uno liberto di Silla, allora al massimo del potere. È soltanto dopo la morte di quest'ultimo che Cicerone, al ritorno di un viaggio ad Atene ed in Asia, nel corso del quale si è perfezionato presso filosofi e retori, entrerà realmente nella vita pubblica. Nel 79
( a 29 anni), sposa Terenzia, che gli porta una dote di 120.000 dracme. Da questo matrimonio nasceranno due bambini: Tullia e Marcus. Cicerone prende allora posto alla sbarra, accanto ai grandi oratori, ed inizia la carriera pubblica (cursus honorum).
Nel 75, Cicerone è nominato questore in Sicilia; è nel corso di questa magistratura che a nome dei Siciliani pronunciò contro il pro-pretore Verre l’arringa famosa delle Verrine, quattro discorsi che, dietro la personalità dell'imputato, mettevano in causa gli eccessi dei governatori, che traevano vantaggi scandalosi dal governo delle loro province, e lo strapotere politico delle grandi famiglie
senatoriali. Edile quindi Pretore nel 66, Cicerone entra nella carriera sotto la protezione di Pompeo e si iscrive così nel partito dell'aristocrazia conservatrice. Una volta Console (63), sventa la cospirazione del congiurato Catilina, che preparava un colpo di mano popolare contro la repubblica senatoriale. Il vigore e l’enfasi della Catilinarie persuade il Senato a pronunciare lo stato di assedio, e Cicerone fa effettuare l’esecuzione dei cospiratori in prigione, azione del tutto illegale.
Quando Cesare, console nel 59, forma con Crasso e Pompeo il primo triumvirato, il partito dei moderati è messo in minoranza e Cicerone si vede perseguito dal tribuno del popolo, Clodio, per
l'esecuzione dei cospiratori di Catilina. Precedendo la sentenza d'esilio, lascia Roma, mentre è ordinata la confisca delle sue proprietà. Amnistiato nel 57, rientra in possesso dei propri beni, al
prezzo dell' allineamento sui triumviri. Ritirandosi per un po’ dalla vita politica, redige molte opere teoriche (De oratore, De republica). Nel 51, parte, in qualità di proconsole, a governare la Cilicia. Al suo ritorno, la rottura dell'alleanza Cesare-Pompeo immerge Roma nella guerra civile. Cicerone esita a lungo prima di seguire Pompeo, quindi, dopo la sconfitta di Pompeo a Farsalo, egli richiede il perdono di Cesare, che glielo concede.
Ai suoi disinganni politici si aggiungono le disgrazie private: perde la figlia Tullia e divorzia da Terenzia. Rassegnato alla dittatura di Cesare, trova consolazione nella vita ritirata e nella filosofia. Alla morte di Cesare, non può nascondere la sua gioia e tenta di ritornare sulla scena politica. Ma le ambizioni d'Ottavio e di Antonio non gli permettono che uno sforzo disperato per salvare la Repubblica. Pronuncia le sue quattordici Filippiche contro Antonio, che diventa il suo nemico mortale. Inoltre, quando Ottavio si avvicina a quest'ultimo e forma con lui e Lepido il secondo triumvirato, Cicerone avverte che la sua sorte è segnata. Proscritto, viene sgozzato sulla strada per Formia. Si narra che accortosi dell’arrivo dei sicari porge fuori dalla lettiga la testa alla spada mortale. La sua testa e le sue mani furono esposte sulla tribuna dell’Arengo.
L'uomo politico
Cicerone, proviene da una famiglia fino ad allora oscura, era un homo novus; ebbe dunque non poche difficoltà a farsi ammettere dall'aristocrazia romana. Tuttavia, è essa che favorì la sua carriera e, durante il suo consolato, una delle sue prime preoccupazioni fu di respingere una riforma agraria che avrebbe distribuito le terre dello Stato alla plebe povera.
D'altra parte, perorò, nell'occasione della congiura di Catilina, la riconciliazione dei cavalieri per la formazione di un partito di centro che lottasse contro la corruzione e difendesse le istituzioni contro la dittatura incombente. Ma i suoi appelli alla riconciliazione delle classi restarono vani. Se, quando ne ebbe possibilità, Cicerone si mostrò favorevole al regime senatoriale, il suo attaccamento a Pompeo e i rapporti di forza nella Roma dei triumviri gli fecero accettare l'idea di un'evoluzione autoritaria dell’assetto politico: nel De Republica, auspica che un protettore, un principe, venga a garantire il funzionamento regolare del regime senatoriale. Non è dunque senza retro pensieri che Cicerone si ricongiunse a Cesare, le cui basi popolari lo respinsero sempre tuttavia: la sua morte brutale fu per Cicerone l'ultima occasione di tentare un ritorno alla Roma repubblicana, ma la forza della plebe e l'ambizione dei suoi capi erano ormai troppo grandi.
Nei suoi trattati politici, Cicerone si fa il continuatore della repubblica platonica, tuttavia con una visione più pragmatica. Il suo De legibusfa riposare le leggi scritte della Città su un diritto naturale; questa preoccupazione di collegare il politico ed il giudiziario ad una base filosofica gli varrà l’essere uno degli autori favoriti del secolo dei Lumi.
Il filosofo
In tre occasioni almeno Cicerone fu tentato di dedicarsi interamente alla filosofia. La sua vita d'uomo politico, la sua formazione giuridica gli fecero soprattutto prendere in considerazione gli aspetti morali e pratici. Lettore eclettico, Cicerone mostra nella sua opere grande ammirazione per i pensatori greci (platonici , epicurei, stoici), di cui discute i sistemi. Ma è in margine a queste filosofie che la sua riflessione si sviluppa: auspica un'etica che risponda alle difficoltà della vita, alle avversità ed alla vecchiaia. Così dopo Farsalo e la morte di Tullia, le sue Tusculanae e De
senectute lo mostrano sempre più vicino alla rassegnazione pacifica degli stoici. Nel De incantationibus l’aspetto epicureo (materialista e incredulo) ha il sopravvento.
L'oratore
Si conviene di accordare a Cicerone un posto di primissima fila nell'eloquenza giudiziaria e politica. Lascia grandi arringhe orali (Verrine, Pro Milone, Pro Murena), che sono però opere di studio e di lima, scritte e riscritte dopo essere state pronunciate. Tra i neo-attici dallo stile sobrio e puro, e gli asiatici, dalle movenze stilistiche più libere e fantasiose, si ricollega alla scuola di Rodi, che ebbe l'occasione di praticare a lungo con il suo maestro Molone. I suoi grandi discorsi politici (Catilinarie, Filippiche) mostrano una grande arte della composizione, legata ad una libertà nell'uso dell'ironia e dell'invettiva che gli valse di essere lodato dai suoi contemporanei e che fa di lui l'autore esemplare per lo studio del latino.
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Meno di un mese dopo le fatali idi di marzo, forse fra il 6 e il 7 di aprile 44, Cicerone decise di allontanarsi da Roma. Era ormai svanita in lui ogni speranza che l'uccisione di Cesare potesse segnare il ritorno a quell'equilibrio di diritti, di doveri e di funzioni - "potestas in magistratibus, auctoritas in principum consilio, libertas in populo" - di quella "vetus res publica", della quale lui, Cicerone, dopo la morte di Pompeo e di Catone, era rimasto il piú autorevole, se non l'unico, rappresentante. Il suo nome, infatti, avevano gridato i congiurati, alzando i pugnali intrisi del sangue di Giulio Cesare; e il suo nome facevano gli stessi avversari, come quello del capo della congiura. Quel giorno il vecchio consolare s'era affrettato a raggiungere i congiurati sul Campidoglio, per ringraziare, insieme con essi, gli dei, ma anche per attendere gli sviluppi della situazione ed apprestarsi, se necessario, alla difesa. Dal Campidoglio era disceso il giorno seguente, con una grande speranza nel cuore: il fatto che per il 17 marzo il console Marco Antonio avesse convocato il senato, significava l'inizio di una restaurazione costituzionale? Comunque, bisognava cogliere l'occasione, ma procedere, a un tempo, senza rigidezza, se mai con qualche arrendevolezza, tanto piú che il console aveva, sì, convocato il senato, ma aveva anche messo le mani sulle carte di Cesare e sui settecento milioni di sesterzi da questo depositati nell'erario, per la spedizione contro i Parti. (Dall'Introduzione di Bruno Mosca)
Orientamenti bibliografici a cura di Cristina Borgia.